sabato 19 aprile 2008

Springsteen con Obama


Il "cantore della classe operaia" si schiera con Barack Obama. Pochi giorni dopo lo scivolone del senatore dell'Illinois - che aveva definito "frustrati" gli operai che si rifugiano nella religione e nel culto delle armi - Bruce Springsteen ha annunciato pubblicamente di sostenere la candidatura di Obama alla nomination democratica. "Come molti di voi, sto seguendo la campagna e ho visto e sentito abbastanza per capire da che parte stare", si legge in un messaggio rivolto ai fan e diffuso dal rocker sul suo sito ufficiale. "Il senatore Obama, a mio avviso, e' di una spanna sopra gli altri", continua, "parla all'America che ho ritratto nelle mie canzoni negli scorsi 35 anni, una nazione generosa con cittadini che vogliono affrontare problemi sfumati e complessi". "Al momento", si legge, "i critici hanno provato a svilire il senatore Obama amplificando certi suoi commenti". Il 'Boss' poi difende i commenti di Obama sulla classe operaia, sostenendo che le sue parole "sono state estrapolate dal contesto", come spesso accade per "distogliere l'attenzione" dell'opinione del pubblico sui temi veramente importanti: "guerra e pace, la lotta per la giustizia sociale ed economica, il ripristino delle Costituzione, la protezione e il rilancio dell'ambiente". Infine, per Springsteen il senatore afro-americano e' il candidato migliore per guidare il "progetto di redenzione americano" e per riparare al "terribile danno" provocato dagli otto anni di Amministrazione George W. Bush.

venerdì 21 marzo 2008

Richardson appoggia ufficialmente Obama


PORTLAND (Oregon) - Colpo grosso per Barack Obama che ottiene il sostegno dell'unico governatore ispanico degli Stati Uniti, Bill Richardson del New Mexico. Richardson, già segretario all'Energia, poi ambasciatore americano all'Onu sotto le amministrazioni di Bill Clinton, ha deciso di schierarsi con il senatore afroamericano. Lo ha annunciato lo stesso Richardson con una mail ai suoi sostenitori in cui esorta Hillary Clinton a ritirarsi dalla corsa per la nomination democratica per serrare le fila del partito in vista della sfida contro John McCain.

Il sostegno sarà ufficializzato oggi nel corso di un comizio in Oregon del senatore dell'Illinois. La decisione di Richardson, ritiratosi dalla corsa alla nomination lo scorso gennaio dopo la sconfitta nel New Hampshire, rappresenta un duro colpo per Hillary Clinton che ha sempre vantato un grande sostegno tra gli ispanici.

Richardson, figlio di una messicana, ha spiegato che Obama sarebbe "un grande e storico presidente in grado di portare i cambiamenti necessaria per quella urgente riconciliazione di cui c'è bisogno in patria e con gli alleati all'estero".

fonte: La Repubblica

giovedì 20 marzo 2008

Obama: "La rabbia nera è reale"


Barack Obama affronta per la prima volta la delicata questione razziale, nel discorso politico più delicato della campagna per la nomination democratica. Con toni pacati ma perentori il senatore prende le distanze dalle controverse dichiarazioni del reverendo Jeremiah Wright, da sempre sua guida spirituale, riuscendo però in seconda battuta a utilizzarle a proprio vantaggio. Ne giustifica la rabbia perché è il riflesso di un malessere comune a tutti coloro che hanno dovuto subire discriminazioni che non hanno più ragion d'essere nel futuro dell’America.

Per dar vita a un’unità sempre migliore «tutti gli americani devono capire che realizzare il proprio sogno non significa danneggiare quello degli altri», sferza il senatore dell’Illinois dal National Constitution Center di Filadelfia, non lontano da dove fu adottata nel 1787 la Costituzione americana. «E’ qui che 220 anni fa uomini di ogni origine scappati dalle tirannie e dalle persecuzioni hanno dato vita a un difficile esperimento», ricorda Obama secondo cui quell’esperimento è rimasto in sospeso a causa della schiavitù, negazione dei valori fondamentali di libertà ed eguaglianza. «L’America ha bisogno di una risposta che non può più tardare», di cui Obama si fa garante nel caso diventi il primo presidente afro-americano. «Questa unità non potrà mai essere perfetta - prosegue -, ma generazione dopo generazione potrà essere perfezionata».

Pur prendendo le distanze dai roventi sermoni del reverendo Wright, Obama spiega che la rabbia della comunità afro-americana è reale e che oggi, per avanzare nel cammino della riconciliazione razziale, bisogna comprendere i motivi di tale risentimento. «Dio maledica l’America», tuonava il reverendo di Chicago nei suoi discorsi pubblicati su Internet da Nbc ed Abc. «Uska e non Usa», diceva riferendosi alla «k» del Ku Klux Klan. «Sono affermazioni che offendono bianchi e neri allo stesso modo - spiega -, commenti che creano divisioni». Ma Wright, che ha ispirato Obama nella sua fede cristiana, che ne ha celebrato il matrimonio e battezzato le due figlie, «non è semplicemente un personaggio caricaturale usato dai commentatori». «Non posso ripudiarlo, come non posso ripudiare la comunità nera o la mia nonna bianca che ogni tanto mi confidava i suoi timori sui diversi», dice il senatore convinto che le polemiche create intorno al reverendo abbiano sollevato il velo sulla grande complessità della questione razziale americana che non è mai stata risolta. «La rabbia è reale e potente, desiderare che non ci sia, condannarla senza capirne le radici serve solo ad aumentare le incomprensioni tra le razze».

Per il candidato alla nomination la risposta «ai pesi del passato e ai risentimenti del presente» è unire le richieste della comunità nera alle «più ampie aspirazioni di tutti gli americani», visto che certi risentimenti sono evidenti anche in «alcuni ambienti della comunità bianca». «Possiamo fare una scelta in questa campagna: possiamo isolarci, vedere il problema razziale come uno spettacolo, come è accaduto per il processo O.J. Simpson, o parlarne in seguito a una tragedia come l’uragano Katrina», o «ricordare le gaffe dei collaboratori di Hillary Clinton e i legami tra John McCain e certi ambienti. Oppure possiamo fare le cose diversamente, parlando dei problemi di tutte le razze e lavorando insieme per un’unità sempre migliore».

Francesco Semprini

fonte: La Stampa

mercoledì 12 marzo 2008

Obama ai supporter: la Pennsylvania è solo uno dei 10 Stati mancanti


Il capo della campagna elettorale di Obama, David Plouffe, ha rilasciato un comunicato destinato ai sostenitori subito dopo la diffusione dei risultati in Mississippi:

"Con questa netta vittoria in Mississippi, la leadership di Barack Obama tra i delegati elettivi è più ampia rispetto al 3 marzo, prima del voto in Ohio e Texas. Ha guadagnato più delegati in Wyoming e Mississippi di quanto la Clinton abbia fatto il 4 marzo. Obama adesso ha un vantaggio di 161 delegati elettivi con un totale di 1411, mentre la senatrice Clinton è a 1250. Il raggiungimento della nomination da parte di Hillary Clinton sembra quindi sempre meno plausibile.

Barack Obama ha vinto in 30 elezioni, più della metà degli stati. Adesso ci attendono altre 10 votazioni. Lo staff Clinton vorrebbe farvi concentrare sulla Pennsylvania - uno stato in cui hanno già dichiarato di essere imbattibili. Ma la Pennsylvania è solo uno degli ultimi 10 stati mancanti, e ognuno è importante per l'assegnazione dei delegati e per decidere la nomination. Il senatore Obama ha fatto campagna in Pennsylvania ieri, e lo farà di nuovo in settimana, ma andrà anche negli altri stati molto presto.

La chiave non è vincere gli stati che la Clinton pensa siano importanti. In queste elezioni hanno vinto meno stati e delegati, hanno perso in tutti i caucus e stanno portando avanti un principio irragionevole per cui dovrebbero ottenere la nomination pur avendo vinto meno primarie, meno delegati, meno stati e meno voti.
"

fonte: primary2008

Obama trionfa in Mississippi


Il senatore democratico di Chicago Barack Obama ha vinto le primarie del suo partito in Mississippi. Confermando il copione previsto dai sondaggi, Obama ha battuto facilmente la senatrice di New York Hillary Clinton. Nello Stato sono in palio 33 delegati, assegnati con il sistema proporzionale ai candidati, e sette super delegati, liberi di scegliere liberamente un candidato per la presidenza.

Obama è stato sostenuto dal consueto plebiscito degli elettori afroamericani, oltre il 90 per cento ha votato per lui. Che il senatore democratico di Chicago abbia ottenuto un nuovo trionfo nelle primarie di questa notte in Mississippi è notizia che passa quasi inosservata. Nel profondo sud Obama ha battuto l’ex first lady Hillary Clinton sull’onda del sostegno dell’elettorato afroamericano. In suo favore con un vero e proprio plebiscito: il 92% contro il 7% di Clinton. Ma tre quarti dell’elettorato bianco hanno votato per la senatrice di New York e contro di lui, un ulteriore segnale che le divisioni di carattere razziale sono diventate una realtà nella campagna elettorale democratica.

Il risultato finale in Mississippi è di 22 punti di distacco su Clinton (60%-38% con il 99 per cento dei seggi scrutinati) che consentono a Obama di allungare il passo nel computo dei delegati. In palio in Mississippi ce n’erano 33: con la vittoria di questa notte e quella del Wyoming di sabato scorso, il senatore di Chicago non solo ha recuperato il terreno perduto con le sconfitte in Ohio e Rhode Island, ma ha incrementato il suo vantaggio. Va ricordato che nonostante la vittoria di Clinton nelle primarie in Texas, martedì scorso, è stato Obama, con la vittoria nei caucus dello Stato, a uscire con il bottino di delegati maggiore, 99 a 95.

Per i democratici tuttavia dal Mississippi arriva un altro segnale di divisione, il prodotto forse del violento scambio di accuse tra i due candidati nelle ultime settimane. Il clima di fair play e i sogni di ’dream team’ sembrano tramontati: oltre il 70 per cento dell’elettorato di Clinton non sarebbe soddisfatto se Obama vincesse la nomination, né lo vorrebbe al fianco dell’ex first lady come candidato alla vice presidenza. Tra gli elettori di Obama, più della metà storce il naso all’idea di una vittoria di Clinton.

È il clima che prepara l’ennesima sfida delle sfide, il 22 aprile in Pennsylvania con una campagna lunghissima, sei settimane nel corso delle quali non ci saranno altri appuntamenti con le primarie del partito. Con i repubblicani già impegnati nella raccolta dei fondi per la campagna presidenziale di John McCain, i democratici si preparano a una nuova stagione di veleni.

L’ultimo subbuglio in campagna elettorale lo ha creato Geraldine Ferraro, candidata alla vice presidenza con Walter Mondale nel 1984, secondo la quale Obama è nella posizione in cui è soltanto grazie al colore della sua pelle. Ferraro, responsabile della raccolta fondi della campagna elettorale di Clinton, ha costretto la senatrice a sconfessare la dichiarazione, ma lungi dallo smorzare i toni Ferraro ha rincarato la dose: le critiche per le sue dichiarazioni sono giustificate ancora una volta dal colore della pelle, la sua, bianca.

Per Obama, a Chicago, non ci sono stati questa notte discorsi di vittoria, ma un giro di pacate interviste con i network televisivi. Silenzio dopo il voto anche da Clinton, che ha affidato alla responsabile della sua campagna elettorale Maggie Williams i complimenti a Obama per la vittoria, con l’invito a «guardare avanti alla sfida della Pennsylvania» dove Clinton è in testa nei sondaggi e sicura favorita.

Oltre alla Pennsylvania, le primarie porteranno i due candidati anche in Indiana, North Carolina, West Virginia, Kentucky, Oregon, Porto Rico, Montana e Sud Dakota. Sulla carta Clinton ha bisogno di una serie di vittorie nette per accorciare lo svantaggio in termini di delegati, ma la partita potrebbe riaprirsi qualora il partito democratico decidesse di ripetere le primarie nei due Stati «squalificati» di Florida e Michigan, dove ancora una volta Clinton sarebbe la favorita.

fonte: La Stampa

domenica 9 marzo 2008

Solo i politicanti possono far vincere la Clinton


Obama sarà il candidato democratico alle presidenziali degli Stati Uniti. Archiviato senza danni (-10 delegati !) anche il supermartedì II, la vittoria nel piccolo Wyoming di oggi e i sondaggi che lo danno in largo vantaggio nel Mississipi confermano che Obama sarà irraggiungibile nel voto popolare.

C’è però un rischio, ovvero che la politica viziosa rovini quello che è stato una grande processo democratico. Vi è infatti il rischio che i superdelegati ribaltino il voto popolare optando per Hillary Clinton. E’ una possibilità suicidio per il partito democratico ma c’è. Parlo di suicidio perché la popolazione reagirebbe di conseguenza se venisse defraudata da qualche politicante del proprio diritto di scelta. In un attimo e meritatamente si consegnerebbe a McCain la presidenza degli Stati Uniti. Non credo che vi siano molte possibilità che ciò accada però non si sa mai.

Inoltre pare che Hillary Clinton voglia stracciare i patti fatti inizialmente in seno al Partito Democratico per annullare le primarie nel Michigan e in Florida. In pratica questi due stati furono puniti perché avevano anticipato, contro la volontà del Partito, le votazioni. Si era deciso quindi di non fare lì campagna elettorale e di non assegnare loro alcun delegato. Tutti d’accordo. Ora visto che Hillary Clinton aveva comunque fatto campagna e vinto ovviamente le primarie vorrebbe rivedere quel accordo. Una cosasemplicemente ridicola e puerile. Spero sia una boutade giornalistica. La Clinton, che da superfavorita è stata raggiunta e superata, farebbe bene a ritirarsi.

Dario Maestranzi

Obama vince in Wyoming: "Non farò il vice di Hillary"


Non ci sono state dunque sorprese e in Wyoming Barack Obama si è aggiudicato la vittoria con il 61% delle preferenze contro il 40% dell’ex first lady Hillary Clinton. Considerando i migliori risultati ottenuti fino a ora dal senatore dell’Illinois nei caucus, Obama appariva favorito in questo Stato occidentale scarsamente popolato.

Il risultato di ieri sera, la tredicesima vittoria nelle ultime 16 primarie democratiche per la nomination per la Casa Bianca, ha valore più che altro morale, poiché in Wyoming erano a disposizione 12 delegati e sei superdelegati, pochi per fare la differenza nella lotta serrata tra la senatrice di New York e il giovane rivale di Chicago. Certo, se si pensa che i due sono separati da un centinaio di delegati, 1.569 contro 1.462 includendo i superdelegati e senza quelli del Wyoming, appare chiaro che ogni delegato in più appare cruciale.

Dopo il voto di ieri sera, secondo i primi conteggi, a Obama dovrebbero andare sette delegati, mentre i restanti cinque dovrebbero essere assegnati a Clinton.

Per Obama era importante vincere in Wyoming per recuperare lo slancio in vista del voto di martedì in Mississippi, dove sono in palio 33 delegati e 7 superdelegati, e del 22 aprile in Pennsylvania, l’ultimo stato che mette a disposizione un alto numero di delegati, 158 oltre ai 30 superdelegati. Clinton, il 4 marzo, era riuscita a interrompere la serie positiva dell’avversario mettendo a segno importanti vittorie in Rhode Island, Ohio e Texas, dove è ancora in corso il conteggio dei voti dei caucus, senza però riuscire a ridurre il proprio svantaggio in termini di delegati.

Un dato interessante, che conferma il grande interesse per le presidenziali di quest’anno, soprattutto in casa democratica, è l’affluenza record registrata ai caucus in Wyoming, dove, per le presidenziali del 2004, si erano presentate a votare complessivamente 675 persone. Oggi, solo nella contea di Albany hanno votato oltre 1.300 persone, più di 1.500 in quella di Laramie e oltre 600 in quella di Sweetwater. Secondo le indicazioni date dal Partito Democratico, dall’inizio dell’anno si sono iscritti alle liste circa mille nuovi elettori, per un totale di 59.000.

Non appare comunque strano che in Wyoming non ci sia solitamente grande attenzione per le primarie. Lo stato solo di rado ha un ruolo importante nella corsa alla nomination: prima di quest’anno bisogna tornare al 1960 per scovare una tornata elettorale in cui il Wyoming ha rivestito un ruolo di primaria importanza. Quell’anno, alla convention nazionale, i delegati dello stato spostarono l’ago della bilancia a favore di John F. Kennedy, che ottenne l’investitura del partito e poi vinse le elezioni generali.

La scarsa affluenza delle precedenti tornate elettorali si spiega inoltre con il fatto che il Wyoming, tradizionalmente, si schiera con il candidato repubblicano: nelle presidenziali del 2004 il presidente George W. Bush raccolse l’85% dei voti e il senatore del Massachusetts John Kerry riuscì a vincere in una sola contea.

Se Hillary Clinton vincerà la nomination democratica Barack Obama non accetterà il ruolo di candidato alla vicepresidenza. Lo ha annunciato lo stesso senatore dell’Illinois rifiutando l’offerta di Hillary Clinton: «Non mi vedrete come candidato alla vicepresidenza...lo sapete io sto correndo per diventare presidente», ha dichiarato il senatore dell’Illinois alla KTVQ, una stazione locale del Montana affiliata alla Cbs. «Abbiamo vinto il doppio degli stati del senatore Clinton e abbiamo raccolto più voti e io penso che manterremo il vantaggio nella conta dei delegati», ha aggiunto Obama ancor prima di sapere della sua nuova vittoria in Wyoming.

fonte: La Stampa

 
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